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giuseppe la rosa - santabarbara hospital

Fino al 40% dei decessi che avvengono in Italia potrebbe essere evitato con una visita dal cardiologo.

Le malattie dell’apparato cardiovascolare sono responsabili del 40% dei decessi che avvengono ogni anno nel nostro Paese. Nell’opinione comune è fin troppo diffusa l’associazione immediata fra le malattie del cuore e l’infarto.

In realtà, il glossario delle patologie cardiovascolari è molto più variegato e comprende un ampio ventaglio di cardiopatie (congenite o acquisite), prime fra tutte le aritmie: alterazioni della normale frequenza cardiaca, perlopiù completamente silenti, che possono manifestarsi in seguito ad una situazione di aumentata adrenalina, per esempio durante una sostenuta attività fisica. Adottare le giuste misure di prevenzione è, in questi casi, l’unica strada per scongiurare il verificarsi di eventi drammatici.

giuseppe la rosa - santabarbara hospital

Dott. La Rosa, come si fa una corretta prevenzione contro le patologie cardiovascolari? È opportuno distinguere tra uomini, donne, bambini e anziani?

L’argomento relativo alla prevenzione delle malattie cardiovascolari è più complesso di quanto si possa pensare.

Innanzitutto, quando si parla di rischio cardiovascolare è necessario distinguere tra fattori di rischio non modificabili (familiarità, età e sesso) e fattori di rischio modificabili (ipertensione arteriosa, diabete mellito, dislipidemia, obesità, tabagismo, sedentarietà).

Pur non essendo una scienza esatta come la matematica, in cardiologia si può affermare che il rischio di cardiopatie aumenta proporzionalmente al numero di fattori di rischio a cui si è esposti. La prevenzione dunque ha l’obiettivo di limitare quanto più possibile l’eventualità che le condizioni di rischio si verifichino.

A proposito di prevenzione: lo stile di vita è davvero così determinante come sembra?

Un cardiologo non si stancherà mai di ripetere che lo stile di vita è fondamentale. Una regolare attività fisica, l’abolizione del fumo di tabacco, una dieta bilanciata sono tutti elementi che migliorano le performance cardiache e riducono il rischio di eventi avversi.

Secondo la sua esperienza, possiamo dire che nel nostro Paese e in Sicilia vi sia una buona cultura della prevenzione cardiovascolare?

Mi pare che siamo piuttosto lontani dall’ideale.

Anzi, credo che le nuove generazioni stiano facendo per certi versi peggio delle precedenti. Vedo bambini in sovrappeso che sostituiscono la regolare attività fisica con tempo speso tra tv, tablet e smartphone. E credo che anche l’aspetto dell’alimentazione sia poco curato.

Per contro, è aumentata la consapevolezza dei danni provocati dal fumo di sigaretta, anche se i fumatori sono ancora troppi.

Qual è l’aspetto o la patologia cardiovascolare più sottovalutata nell’opinione della gente comune? Esistono dei luoghi comuni da sfatare?

Nell’immaginario collettivo “malattia al cuore” corrisponde a  “infarto” e “morte improvvisa” corrisponde a “morte per infarto”. Da cardiologo ho il dovere di sottolineare che non è così. Spesso, specie quando parliamo di giovani, la morte è dovuta ad aritmie, o comunque ad anomalie “elettriche” del cuore. Si dovrebbe parlare in misura maggiore di aritmie e fare prevenzione in questo senso.

L’esempio più eclatante sono le morti di giovani atleti. Per fare solo un nome, ricordiamo tutti il giovane calciatore Piermario Morosini, deceduto sul terreno di gioco.

Ecco, credo che troppe persone, bambini e adulti, facciano attività sportiva, agonistica e non, senza essersi mai sottoposti ad una valutazione specialistica cardiologica. Un consiglio da dare a chi ha un parente morto improvvisamente e senza cause apparenti è quello di farsi visitare da un cardiologo.

Qual è oggi la preoccupazione più grande di un cardiologo?

Una grande difficoltà e un grande cruccio per noi cardiologi è quello di far capire ai pazienti l’importanza di curare malattie che non danno sintomi e che non fanno stare male. La pressione alta può essere del tutto asintomatica; il diabete è una malattia che non dà problemi per anni; avere il colesterolo alto non provoca alcun disturbo.

Eppure, queste ed altre patologie causano progressivamente danni che prima o poi esitano in eventi patologici spesso drammatici.

Che cosa è cambiato rispetto a 10 anni fa e qual è, oggi, il futuro della cardiologia dal punto di vista della diagnosi, della chirurgia e della riabilitazione?

La cardiologia e la medicina in generale sono scienze in continua evoluzione, che ci mettono a disposizione ogni anno nuovi mezzi diagnostici e terapeutici. Nuovi farmaci, più potenti o più semplici da usare, nuove procedure interventistiche, nuove conoscenze anche in ambito molecolare. Insomma, è un continuo divenire e migliorare, a beneficio dei pazienti.

A tal proposito, quali sono le ultime novità terapeutiche?

Le maggiori novità nell’ultimo decennio riguardano le nuove procedure di cardiologia interventistica che permettono di sottoporre a un intervento chirurgico pazienti che fino a poco tempo fa erano ritenuti troppo a rischio.

In ambito farmaceutico le novità più importanti sono i nuovi anticoagulanti orali per la prevenzioni dell’ictus cerebrale e i farmaci di ultima generazione per l’ipercolesterolemia e per lo scompenso cardiaco.

Da che cosa si riconosce un buon cardiologo?

Ritengo che un buon medico, in generale, è quello che studia e si aggiorna di continuo, che cerca di arricchirsi attraverso il confronto professionale con i colleghi, che ha l’umiltà e la coscienza di capire i propri limiti e di ammettere, anzitutto a sé stesso, di non essere onnisciente.

Il buon medico è anche quello che non perde mai di vista mai l’elemento essenziale della nostra professione: noi non curiamo malattie, ma curiamo malati, cioè persone.

Mai trascurare il lato umano del nostro lavoro, e ricordare sempre che ogni terapia va personalizzata per ogni singolo paziente.

C’è un aneddoto accaduto durante la sua carriera o un’esperienza particolarmente significativa che vuole raccontarci?

Ogni paziente è una storia da raccontare. Mi ricordo di un signore ricoverato da noi per dolore toracico. Si era sottoposto a tutti gli accertamenti di routine, inclusa una prova da sforzo risultata negativa. Era pronto alla dimissione. Lo incontro in corsia e mi dice: “Dottore, io però quando salgo le scale mi sento stringere il petto”. Non convinto dell’opportunità di dimetterlo, decido di trattenerlo e di fare un altro esame (un ecostress farmacologico). Ebbene, l’esame stavolta risulta positivo. Disponiamo di fargli fare una coronarografia. Poco tempo dopo viene operato con impianto di 3 by-pass aorto-coronarici.

Morale della favola: ascoltare sempre quello che ci dicono i pazienti.

 

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