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Ortopedico - Santabarbara Hospital Gela

Una panoramica sull’ortopedia classica e rigenerativa con Fabio Bernetti, il chirurgo che ha eseguito il primo intervento ortopedico della Sicilia secondo il sistema brevettato Fidia

Diagnosi più precise, trattamenti per rigenerare i tessuti danneggiati, nuovi materiali: in pochi anni il settore ortopedico si è evoluto velocemente, così come le abitudini delle persone, che oggi si mostrano più attente alla propria salute e più consapevoli del proprio corpo.

Purtroppo, però, la degenerazione delle articolazioni  è un processo inesorabile e inevitabile che colpisce tutti.

Eppure invecchiare bene è possibile. Tutto dipende, come spesso accade in medicina, dallo stile di vita.

ortopedico - Santabarbara Hospital Gela

Dott. Bernetti, qual è, oggi, lo “stato dell’arte” della chirurgia ortopedica? Che cosa è cambiato rispetto a 20 anni fa e in quale direzione si sta andando?

L’ortopedia negli ultimi venti anni è cambiata seguendo i cambiamenti delle branche a cui si appoggia. Nello specifico, sono migliorate le diagnosi perché la radiologia è cresciuta con nuovi apparecchi: oggi, per esempio, è possibile diagnosticare un tumore fin nei dettagli più sottili, con RMN con contrasto o con Artro RMN.

Sono migliorati i trattamenti, con l’arrivo dei nuovi sistemi di rigenerazione cellulare con estrazione sia dal sangue che dal grasso; inoltre i nuovi sistemi di navigazione e di robotica permettono all’ortopedico di essere guidato durante la fase chirurgica per ridurre al minimo il margine di errore umano.

Nella protesica, con l’arrivo di nuovi materiali che assicurano al paziente una durata della protesi molto superiore a quella che veniva garantita già solo dieci anni fa. Aggiungo che è cambiata anche e soprattutto la traumatologia, con la tendenza ad operare subito le fratture per ridurre al minimo il disagio del paziente, che in molte situazioni veniva sottoposto ad apparecchio gessato, procedura ormai limitata veramente a pochi casi.

In che cosa è consistito l’intervento ortopedico con le cellule staminali mesenchimali, effettuato lo scorso 11 aprile in Santabarbara Hospital? Perché si tratta di un intervento innovativo?

Ricollegandomi a quanto detto sopra, la vera novità in ortopedia è la ricerca nella medicina rigenerativa, che si basa sulla possibilità di sfruttare le proprietà biologiche delle cellule predisposte a rigenerare i tessuti, cioè le cellule totipotenti e in modo particolare le cellule mesenchimali e quelle ricavate dal sangue.

La novità delle novità sta nel fatto che a fare la parte del leone in questo settore sono le cellule mesenchimali stromali ricavate dal grasso, in modo specifico quello addominale. Il prelievo di queste cellule viene eseguito come una normale liposuzione in anestesia locale e permette di ricavare un liquido ricco di cellule mesenchimali da poter inserire all’interno delle articolazioni danneggiate o degenerate in maniera non eccessivamente compromessa, soprattutto nei giovani.

Tutto questo avviene con un doppio sistema di filtrazione prima e centrifugazione controllata dopo, che consente di stimolare i sistemi riparativi del corpo umano. Si tratta di una tecnica brevettata dalla Fidia, società italiana da sempre impegnata nella ricerca per le patologie degenerative/rigenerative.

Nel nostro caso specifico, all’ospedale Santabarbara questo sistema è stato adottato in un paziente di 17 anni affetto da una lesione osteocondrale post traumatica. Dopo aver eseguito una artroscopia che ha permesso di verificare e stabilizzare la lesione, è stata eseguita l’infiltrazione delle cellule mesenchimali, precedentemente prelevate, all’interno della articolazione.

All’ultimo controllo, eseguito la settimana scorsa, il paziente riferisce di stare bene e di non avere alcun dolore. Al sesto mese eseguiremo una risonanza magnetica di controllo, ma il dato del paziente è già di per sé molto significativo sulla bontà della procedura.

Le nostre abitudini possono influire sullo stato delle nostre ossa? Ha senso, quindi, parlare di prevenzione in ambito ortopedico?

Assolutamente sì! La qualità della vita rappresenta un elemento importante in tutti i settori della salute del corpo umano. Sulle ossa, in particolare, la vera prevenzione sta soprattutto nei pazienti che, superata una certa età, cominciano a presentare i primi segni di riduzione della massa ossea, cioè entrano in quella condizione conosciuta come osteoporosi.

La prevenzione consiste in una costante attività fisica e in una corretta alimentazione che sopperisca alla ridotta capacità del corpo umano di procurarsi le sostanze necessarie al mantenimento della struttura ossea stessa. Quando necessario, vanno anche inseriti i farmaci di nuova generazione per ridurre i rischi di frattura ossea, vera catastrofe per il corpo umano, soprattutto nelle persone anziane.

Quali sono le categorie di persone più a rischio?

Ovviamente le persone anziane, anche se l’età a cui si riferisce questo termine si è spostata di almeno dieci anni in avanti. Oggi non è raro che persone di 70 anni siano ancora molto attive e con una qualità della vita e della struttura ossea molto ben conservata grazie ad una corretta prevenzione.

Va sottolineato che la presenza di malattie associate (diabete, ipertensione, disfunzioni renali o epatiche, obesità) complica sempre il percorso normale di invecchiamento del corpo.

Secondo la sua esperienza, possiamo dire che in Italia e in Sicilia vi sia una buona cultura della prevenzione ortopedica?

Devo dire che negli ultimi anni ho constatato una crescente consapevolezza delle patologie dovute all’invecchiamento e soprattutto ad un pessimo invecchiamento.

Oggi si tende a mangiare meglio per dare al corpo umano una “benzina” che risulti la migliore possibile per ridurre la rapida degenerazione dei tessuti, che non è una malattia: spesso si pensa all’artrosi come ad una malattia dalla quale si può guarire, ma in verità è una fisiologica usura delle articolazioni, per cui non esiste una guarigione, ma una riduzione e un rallentamento dell’usura, che è progressiva e inesorabile.

Oggi, in generale, si comprende di più e meglio che solo la prevenzione permette di rallentare l’arrivo della vecchiaia e di vivere nel modo migliore anche gli ultimi anni di vita.

Non è sempre facile riconoscere la natura di un dolore fisico. Come si riconosce una patologia di pertinenza ortopedica? Ci sono dei sintomi che più di altri devono far pensare ad un problema alle ossa o alle articolazioni?

Sì, in ambito ortopedico ci sono dei sintomi inconfondibili che derivano unicamente dall’usura delle cartilagini delle grandi articolazioni, ma anche delle piccole articolazioni, che cominciano a diventare rumorose. Infatti i pazienti dicono che sentono le articolazioni “fare croc” , per cui si può, a ragione, definire “croccante” l’articolazione che inizia a diventare rumorosa.

Tuttavia il rumore non va di pari passo con il dolore, perché la cartilagine non è innervata e il dolore vero, quello che non è più risolvibile se non chirurgicamente, si manifesta solo quando si giunge a livello dell’osso sub condrale, cioè quando si consuma tutto lo spessore cartilagineo.

Quali sono gli specialisti medici con cui un ortopedico si confronta più spesso?

A mio modo di vedere, da sempre l’ortopedico si è trovato a confrontarsi con i reumatologi, soprattutto sull’aspetto clinico-medico delle patologie articolari. Con i reumatologi noi ortopedici abbiamo spesso intrapreso dei percorsi di cura delle patologie reumatiche che solo nella parte finale dell’evoluzione della malattia diventavano di pertinenza esclusivamente ortopedica, in quanto l’unica soluzione possibile diventava la chirurgia e, nel caso specifico, la chirurgia protesica.

Negli ultimi anni, con la nascita della terapia del dolore ad appannaggio degli anestesisti, è nata anche una sorta di competizione/collaborazione nella gestione del dolore cronico ortopedico, soprattutto nei pazienti inoperabili, oppure in quelli operati che hanno sviluppato un dolore cronico irrisolvibile, con grandi risultati sia nel breve che nel lungo termine.

Qual è l’aspetto o la patologia più sottovalutata in ambito ortopedico e traumatologico?

La prima cosa che mi viene in mente è la patologia vertebrale, sia essa l’ernia discale o le fratture da osteoporosi. Con l’allungamento della vita media, ci ritroviamo sempre più spesso ad avere a che fare con pazienti anziani che presentano delle patologie vertebrali notevolmente invalidanti, visto che la colonna vertebrale rappresenta il motore degli arti inferiori ed ogni gesto agli arti inferiori diventa inutile se la colonna vertebrale non funziona: è un po’ come cambiare le gomme di una macchina che non si muove, non ha molto senso.

C’è un aneddoto accaduto durante la sua carriera o un’esperienza particolarmente significativa che vuole raccontarci?

Sono a Gela da venti anni, un numero importante per un professionista. Mi vengono in mente i primi tempi, quando, ancora molto giovane, ero appena arrivato dalla Francia dove avevo avuto modo di perfezionare la chirurgia del ginocchio presso l’Università di Lione, diretta da un luminare fra i più famosi nella storia dell’ortopedia mondiale, il Professore Dejour.

Al mio arrivo a Gela mi ritrovai catapultato in prima linea nella chirurgia artroscopica del ginocchio, grazie all’allora primario, nonché grande maestro, il Dottore Giorgio Savarino, uno degli ultimi allievi del Prof. Gui dell’ Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna. I pazienti che entravano nell’ambulatorio, vedendomi così giovane, non si aspettavano che il Dottore Bernetti fossi io e mi chiedevano se fossi il figlio! Non potevano credere che un medico così giovane potesse essere già un bravo chirurgo. Ci sono voluti almeno dieci anni e la comparsa di qualche precoce capello bianco per far sì che la gente cominciasse a riconoscere le qualità professionali di un giovane chirurgo.


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