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Rossana vive a Gela e ha 37 anni. Li ha compiuti a dicembre, poche settimane dopo l’incidente stradale che il 16 novembre 2018 le ha cambiato la vita. Da quel momento non riesce più a camminare e non ricorda interi segmenti di fatti che la riguardano.

Arriva in Santabarbara Hospital i primi di gennaio, sulla sedia a rotelle, per intraprendere il percorso di riabilitazione motoria, dopo un periodo di rianimazione e diversi interventi chirurgici. La priorità è quella di rimettersi in piedi. Rialzarsi.

La Dottoressa Francesca Guttadauro, Responsabile dell’ambulatorio di Psicologia dell’ospedale, spiega che la situazione di Rossana era molto delicata:

«Oltre ad aver riportato molteplici fratture ossee, il trauma cranico le aveva provocato danni importanti al sistema nervoso centrale, con modificazioni della personalità, perdita della memoria e un disturbo post-traumatico da stress.

Tra le conseguenze psicologiche di quanto le era successo, Rossana aveva sviluppato un vero e proprio sentimento di panico nei confronti del mondo esterno: un’azione banale, come quella di affacciarsi al balcone, le faceva subito rivivere l’incubo dell’accaduto»

Incontriamo Rossana il 4 marzo e, con un po’ di fatica, ci racconta com’è andata quel giorno:

«Mi trovavo in macchina con il mio istruttore di guida e altre tre persone. Stavamo ritornando da Caltanissetta e avevo appena superato i quiz per prendere la patente. Una decisione rimandata a lungo, un po’ perché fino a quel momento era mancata la disponibilità economica, un po’ perché avevo sempre dato priorità agli impegni familiari.

Non ero abituata a fare qualcosa per me stessa. Finalmente mi ero decisa e ce l’avevo quasi fatta, mancava solo la prova pratica. Ero felice.

Poi è bastata una manovra sbagliata a far succedere quel che è successo. Su quella macchina qualcuno ha avuto la peggio: un ragazzo di appena 16 anni e un mio amico non ce l’hanno fatta. Neanche il conducente dell’altra vettura coinvolta è sopravvissuto allo scontro».

L’arrivo in Santabarbara Hospital ha rappresentato per Rossana l’inizio di un nuovo inizio:

«Dovevo imparare a camminare. Proprio come i bambini. Mi aspettava un percorso lungo e doloroso. Fortunatamente, qui ho trovato degli angeli. Dopo una sola settimana mi hanno rimesso in piedi e ho cominciato a fare i primi passi. A due mesi dall’incidente potevo alzarmi di nuovo sulle mie gambe.

Il personale dell’ospedale mi sta dando i mezzi e la forza per affrontare tutto. Mi trattano come una regina. Tutti: dai medici, agli infermieri, alla psicologa, alla fisioterapista, che ormai è come una mamma per me. Mi hanno spiegato con parole semplici tutto quello che avrei dovuto affrontare.

Loro hanno visto tutto di me: hanno ascoltato i miei dubbi e asciugato le mie lacrime»

Quando le chiediamo di raccontarci un aneddoto particolarmente significativo della sua permanenza in ospedale, il primo pensiero di Rossana va subito ad Enza.

«L’altro ieri ho incontrato un’infermiera e l’ho chiamata per nome. Stavo vivendo un momento di sconforto e le ho chiesto: “Enza, dimmi una cosa: secondo te io uscirò da qui vincente?”. Lei mi ha abbracciato e abbiamo pianto insieme. Con occhi affettuosi e sinceri mi ha detto che avrei fatto passi da gigante.

Io so che la guarigione arriverà solo se sarò forte nell’affrontare le cose. Il lato umano delle persone che ho incontrato in questo ospedale si sta rivelando fondamentale per la mia ripresa fisica e psicologica. Qui ormai sono di casa»

Il percorso riabilitativo di Rossana è a buon punto, ma c’è ancora tanto da fare.

I dolori alle ossa a volte sono insopportabili. Non riesce a piegare completamente il ginocchio e ha bisogno di qualcuno che le allacci le scarpe. Sta affrontando altri interventi, sta proseguendo la fisioterapia e ha ancora bisogno della psicoterapia per cercare di superare i traumi.

Ma anche gli spazi e l’ubicazione dell’ospedale, ci racconta, stanno avendo un ruolo importante per il ritorno alla normalità:

«L’altro giorno era il giovedì di Carnevale. Sono uscita in balcone sulle mie gambe e ho guardato i bambini vestiti a festa giocare con i loro genitori. Mi ha dato una grande gioia.

Non credevo che dopo l’incidente sarei nuovamente riuscita a guardare il mondo fuori dalla finestra, a sorridere guardando le strade e la gente camminare.

Adesso che ho vinto la paura, sono felice di gettare lo sguardo al di là della vetrata. I balconi non hanno le ringhiere ma dei pannelli trasparenti, quindi posso godere della vista sul verde e sul mare anche stando seduta o mentre faccio la fisioterapia. 

Guardare di nuovo fuori per me ha significato guardare di nuovo al futuro: ho un marito e due bambini che mi aspettano e se voglio guarire devo resistere e mettercela tutta»

La storia di Rossana è la storia di migliaia di pazienti. Ma in fondo tutte le storie di malattia ci raccontano una sola storia: se avere la salute è un dono, riacquistarla è un impegno. Per chi patisce (il paziente, appunto), e per chi cura.


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